Luigi Di Gianni e la creazione della realtà

Riflettendo sulla figura del grande documentarista e regista Luigi Di Gianni viene spontaneo partire dal binomio realtà/finzione. Un binomio che nel caso di Di Gianni perde la sua definizione netta per fondersi in un continuum, in uno sguardo cinematografico a cavallo fra i mondi. Si può parlare di un cinema che non tradisce mai lo spirito documentaristico, anche quando di tratta di finzione. E che nella finzione ci riporta sempre all’idea di un dialogo con il reale, per quanto allucinato. Un racconto che parte da ciò che è visibile per distillarlo, per operare una traslazione su nuovi piani, che si manifestano nello sguardo estetizzante e “sintetizzante” dell’autore. Come se Di Gianni con ogni suo lavoro avesse voluto costruire mondi paralleli, coinvolgenti, stranianti, belli, anche nel loro essere grotteschi. Mondi al limite. Mondi legati, a volte da un filo sottilissimo, al senso del mistero onnipresente, a quel confine labile tra sacro e profano tipico della religiosità popolare del nostro Sud, da dove Di Gianni proveniva e dove tornava frequentemente.

Abbiamo incontrato Luigi nel 1996, durante una delle prime edizioni della Rassegna del Documentario Italiano – Premio “Libero Bizzarri” a San Benedetto del Tronto. Una manifestazione, giunta oggi al 27esimo anno, che si può definire pionieristica, quasi “eroica”, nel panorama del documentario italiano. Da quel primo incontro nacquero un’amicizia e una relazione artistica a volte non facile, ma sempre stimolante. Abbiamo collaborato con lui in più occasioni, e ogni esperienza, partita come un progetto cinematografico dai contorni ben definiti, almeno sulla carta, si è sempre trasformata, man mano che ci si addentrava nella fase di ripresa, in un’avventura creativa totalizzante, piena di incognite e di sorprese. Era come se Luigi potesse attingere in ogni momento ad un immenso patrimonio interiore di immagini e di conoscenze, che gli permetteva di interpretare le situazioni con sicurezza assoluta e con assoluta originalità, e sempre in modo imprevedibile. 

Nel 2006 la Ethnos produsse con Di Gianni un documentario inizialmente intitolato Matres Matutae, in riferimento alle statuette risalenti all’epoca pre-romana scoperte nei pressi di Capua, in provincia di Caserta. La Matres Matutae rappresentavano divinità femminili dai seni enormi, simboli di fertilità e di ricchezza. Per realizzare questo documentario, poi ribattezzato La Madonna in Cielo, la “Matre” in terra, Luigi percorse l’Abruzzo, la Puglia, la Sicilia e la Campania, alla ricerca delle diverse rappresentazioni delle Madonne protettrici del parto e della fertilità, raccontando le storie di acque sacre, di pani benedetti, addentrandosi nelle grotte rituali dove le persone seguono percorsi di rigenerazione e rinascita. Nel film, narrato da Peppe Barra, Luigi conversa con Antonietta, “guaritrice dell’utero”, anziana depositaria di un sapere arcano, secondo cui l’utero femminile si chiama “matre” ed è rappresentato come un ragno dalle molte gambe…

Alla produzione di La Madonna in Cielo, la “Matre” in terra, messo in onda da RAI TRE, seguirono molti incontri a Bologna (quando Luigi veniva da Roma per assistere alla rassegna  “Il Cinema Ritrovato”) e molti scambi di idee e di progetti. Dopo alcuni anni lavorammo insieme al Progetto Kafka. Inizialmente il progetto consisteva in una trilogia: un prologo girato a Praga (di cui però non si fece mai nulla) e due mediometraggi tratti da racconti di Kafka. E’  necessario dire che lo scrittore praghese aveva sempre rappresentato per Luigi una sorta di ossessione: il suo primo adattamento televisivo de “Il Processo” risale al 1978. Ci trovammo a condividere una nuova, intensa avventura con Luigi, che nonostante i suoi 86 anni, non esitò a tuffarsi con grande energia nella produzione dei due mediometraggi di finzione: Un medico di campagna e Appunti per un film su Kafka. Nella colonia penale.

Se il lavoro su Un medico di campagna seguì un percorso abbastanza lineare, lo stesso non si può dire della produzione di La colonia penale, che rappresentò per noi e per l’intera troupe coinvolta nelle riprese un’esperienza veramente indimenticabile, nel bene e nel male. Il racconto, scritto da Kafka nel 1914, narra il preludio di una condanna a morte, la mera e fredda descrizione delle modalità di un’imminente esecuzione. La condanna sarà eseguita tramite uno strano macchinario, un “apparecchio singolare”, per dirla con le parole che aprono il racconto, un congegno di tortura che teoricamente andrà ad incidere con degli aghi il corpo del malcapitato. Questa inquietante trama, che ruota attorno al conflitto tra il “vecchio” e il “nuovo” concetto di giustizia, aveva trovato la sua collocazione ideale, nella mente visionaria di Luigi, nella zona del Polesine, tra i meandri del Delta del Po, in un paesaggio liminale, vago, indecifrabile. Un’ambientazione “immersa tra le nebbie, che sprofonda in un’atmosfera senza orizzonti”.

Mai scelta di una location fu più appropriata: l’antico zuccherificio di Porto Tolle, un enorme stabilimento ridotto ormai ad una rovina, pieno di vento, di vetri rotti e di ferro arrugginito, divenne il luogo centrale del nostro calvario narrativo, un ambiente ideale per suggerire il senso di pericolo legato all’esecuzione incombente. Casolari di pescatori, edifici abbandonati da anni, e le spiagge deserte del Delta completarono il quadro. Il periodo scelto per le riprese fu l’inizio di dicembre del 2012, che si rivelò essere un anno particolarmente gelido. Mentre preparavamo il set per le riprese, ci rendevamo conto che qualcosa non quadrava: Il tempo si faceva sempre più inclemente, ogni minuto dovevamo confrontare un nuovo imprevisto, la costruzione della macchina di tortura diventava ogni giorno più difficile. Nulla andava come doveva andare. L’incubo kafkiano prese via via il sopravvento, si concretizzò. L’intera troupe, gli attori, i collaboratori locali, le maestranze, tutti ci ritrovammo immersi in un vero e proprio psicodramma collettivo, in cui la distinzione tra opera cinematografica e vita reale si faceva via via sempre più labile. Alle prese con la “macchina infernale” che non aveva alcuna intenzione di funzionare, sotto la neve, spingendo macchine sceniche ricavate da vecchi ingranaggi industriali, lavorando fino a ore improbabili, in una sorta di campagna di Russia cinematografica, ci trovammo a dubitare fortemente di ogni cosa, persino che ci fosse, là fuori, una realtà “vera” a cui presto saremmo tornati.

L’incubo kafkiano finì, la troupe tornò a casa, il film prese forma, fu trasmesso da RAI TRE – FUORI ORARIO, e restò nelle nostre menti come un episodio intraducibile, misterioso, una specie di viaggio fuori dal tempo, in cui, per un attimo, avevamo assistito all’irruzione di un mondo parallelo, creato dalla mente fervida di un grande regista, che amava giocare con le ambiguità e che amava attraversare il confine tra ciò che è vero e ciò che, forse, è ancora più vero.

Per un approfondimento, si veda “Intervista kafkiana a Luigi Di Gianni” di Matteo Pernini: http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/finzioni_intervista_kafkiana_luigi_gianni.html

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