IN TEL FADE
Punti di vista sull’Appennino reggiano

 

 

Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra
è salvarne l’anima e quella di chi l’abita.

(Andrea Zanzotto)

 

 

Ci sono luoghi che ci circondano che sembrano avere un cuore,
luoghi che rappresentano un poco il “giardino segreto” che ciascuno di noi ha dentro,
che ci ricordano che anche il presente ha un senso perché c’è stato un “prima”.

(Rosa Maria Manari)

 

IL DOCUMENTARIO

Il monte Ventasso, per chi vive alle sue pendici, è “in tel fade”, “là dove vivono le fate”… Il film-documentario è un viaggio attraverso i luoghi, la magia e la memoria dell’Appennino Reggiano: il Lago Calamone immerso nelle nebbie autunnali, la piazza deserta di Nismozza sotto le abbondanti nevicate di fine inverno, i ricordi di guerra e resistenza, la tradizione del Maggio, le storie scolpite nelle pietre, il suono del vento sul crinale del Cusna… Mappe, sentieri, riflessi, scampoli di presente: un percorso alla ricerca dell’anima dei luoghi, accompagnato da voci diverse perché mille sono le interpretazioni e i punti di vista su un territorio. Come dice Benedetto, uno dei testimoni di questo racconto, ognuno di noi vede il paesaggio che ci circonda con colori e sfumature differenti, e la Pietra di Bismantova è una pietra diversa a seconda del punto di vista da cui la si osserva. Emblematico fra tutti lo sguardo attento del fotografo-orologiaio Amanzio Fiorini, originario di Nismozza, che fissò per sempre nelle sue preziose immagini volti e vite di migliaia di montanari.

Amanzio-Fiorini

AMANZIO FIORINI

Il fotografo-orologiaio Amanzio Fiorini nacque a Nismozza (RE) nel 1884 ed emigrò poi negli Stati Uniti, dove iniziò a fotografare con una modesta Kodak. Tornato nelle sue montagne, aprì un atelier e divenne il fotografo dell’intera valle del Secchia, immortalando in cinquanta anni di lavoro migliaia di visi di montanari, oltre a paesaggi, cerimonie e feste popolari dell’Appennino Reggiano. L’attrezzatura di base del suo studio consisteva in una grande macchina a lastre ed un ingranditore, oltre a strumenti che si costruiva da sé, come gli “chassis” supplementari, i moltiplicatori per lastre, un bromografo, la tavoletta per il ritocco, gli sgocciolatoi, alcuni torchietti per la stampa ed anche degli illuminatori ricavati da pentole di cucina. Amanzio morì a Busana nel 1961, lasciando alla famiglia un archivio fotografico di circa 30.000 lastre al gelatino-bromuro d’argento, circa 4.000 negativi 6×6 ed alcuni positivi. In seguito alcune delle sue foto finirono su prestigiose riviste di fotografia internazionali come Time Life e in una mostra al Centre Pompidou di Parigi. Persino i fratelli Alinari si mostrarono interessati ad acquistare l’intero archivio…